Scatola dei bottoni / Button box

Scatola dei bottoni / Button box

Scatola dei bottoni / Button box

BottoniNella dispensa di mia nonna, la intravedevo su un alto scaffale di legno, dove regnava: era un barattolo di latta dorata, preziosissimo. Chissà poi perchè l’avevano sempre chiamato scatola, visto che in realtà era un barattolo!

Circondato da quel che rimaneva dell’etichetta, dopo un tenace quanto infausto tentativo di rimozione, si capiva subito che la colla aveva avuto la meglio, lasciando tracce incomprensibili di quello che doveva essere stato il suo uso originario.

E dentro c’erano loro, i bottoni, dei più strani e disparati colori, forme e dimensioni. Alcuni, uguali e legati insieme, erano eredità di uno stesso indumento dismesso perchè logoro o, addirittura, che non c’era più, perchè fatto di lana tornata gomitolo, poi risorta come nuovo capo di abbigliamento.

Poi c’erano anche fibbie e gancetti, ma in netta minoranza.

Era proibita, la maggior parte delle volte. Ma ricordo ancora l’impaziente attesa di poter sentire lo scrosciare dei bottoni rovesciati sul tavolo, quando mi era concesso giocarci.

Ho cercato negli anni di crearne una mia, con scarso successo.

Non la possiedo, ma fa parte di me.

Cappello da Carabiniere (1814)

Cappello da Carabiniere (1814)

Cappello da Carabiniere (1814)

Carabinieri

Si tratta di una riproduzione del cappello da Carabiniere adottato con le prime uniformi dei Carabinieri Reali con la fondazione (1814).

É un simbolo del lontano passato ma collegato indirettamente al “cappellone” usato ancora oggi dai Carabinieri con la grande uniforme speciale.

Adottato da noi nel simbolo del progetto del Podcast e di tutte le iniziative collegate https://linktr.ee/storiadeicarabinieri

Rolleiflex mon coer

Rolleiflex mon coer

Rolleiflex mon coer

07.05.2021
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RolleiflexHo cominciato a fotografare quando avevo 15 anni con una Yashica FX3 Super 2000, regalo della mamma.

Nel corso degli anni, ho coltivato questa mia grande passione facendola diventare una professione: sono giornalista, curatrice indipendente, ho scritto un saggio sulla fotografia e, ovviamente, fotografo. Ma in cuor mio sentivo che mancava qualcosa.

Ecco che, al compimento dei miei 40 anni, una persona cara mi ha regalato una fantastica Rolleiflex risalente agli anni Sessanta. Con “lei” ho riscoperto la mia terra d’origine, la Puglia; con “lei” ho imparato a “vedere” di nuovo, in un processo di lentezza e concentrazione che questo mezzo richiede.

Quindi, la mia Rolleiflex non è solo uno strumento fotografico, ma è uno strumento per vedere meglio il mondo. Almeno per me è così.

Barbie Luce di Stelle / Barbie Twinkle Lights

Barbie Luce di Stelle / Barbie Twinkle Lights

Barbie Luce di Stelle / Barbie Twinkle Lights

BarbieErano i primi anni ’80 e la Mattel sfornava esemplari sfavillanti come non mai della bionda beniamina/modello inarrivabile.
Il più abbagliante di tutti, letteralmente, era la Barbie Luce di Stelle.

Il suo abito, tutto trapuntato di stelline bianche, era magico e si illuminava al buio.
Aveva lo scollo a cuore, must di eleganza dell’epoca e sembrava una principessa al ballo, allora apprezzavamo il genere.
Volevo tantissimo quella Barbie, ma per un motivo o per l’altro nessuno me la comprava. Costava parecchio. Non era il mio compleanno. Non era Natale. Poi per Natale ne è arrivata un’altra ma non era lei, Babbo Natale si sarà confuso.
La mia disperazione non si placava.
Una mia amica ce l’aveva e neanche ci giocava, non le piacevano le Barbie. Guardavo con bramosia la scatola nella sua cameretta, rimasta incomprensibilmente chiusa (anni dopo, mi auguro abbia monetizzato con i collezionisti questa che classificavo come insanità mentale). La Barbie brillava anche dalla scatola.

A 15 anni, per Natale, Babbo Natale mi portò la nuova edizione di Barbie Luce di Stelle, con delle fibre a led che le spuntavano dal costato e si illuminavano cambiando colore.
Non sto neanche a dirvi che non c’era pargone.

Per anni ho sperato di trovarla in qualche mercatino, ma quelle poche che trovavo erano sempre ridotte malissimo.

E arrivò anche Ebay. E i miei migliori amici riuscirono a trovare un esemplare ben conservato e a rendere il mio 36°compleanno davvero felice.
E da quel momento vissi felice e contenta con la mia cosa.

Orma di Dante non si cancella

Orma di Dante non si cancella

Orma di Dante non si cancella

Quello che ci contraddistingue da 40 anni é la carta, possiamo definirci un’impresa di carta. Per questo abbiamo scelto la guida dantesca “Orma di Dante non si cancella” come “cosa”.

Non è solo la passione per Dante che ci ha spinto ad editare questa guida, ma è l’insieme di un grande progetto svolto da persone, dalla mia famiglia. Io, mia mamma e mio Papá. Mi hanno coinvolta anni fa per trasmettermi la passione per la carta e quali emozioni può trasmettere. Cosa può suscitare un semplice magazine agli occhi di chi lo ha tra le mani. Certo viviamo ormai in un mondo tutto digitale, ma la carta per me, per noi rimarrà sempre quella cosa che ti fa ricordare, ha odori, ha un profumo diverso.

Posso dire che ogni giorno mettiamo insieme, l’amore per la carta, per il nostro territorio perché vogliamo far conoscere a turisti e persone di altre regioni la nostra terra che è la Liguria di Levante e tutto ciò che c’è di bello da fare.

Lo facciamo attraverso le nostre foto, che solitamente scatta mio Papá oppure io, attraverso il racconto, attraverso le persone che ci danno fiducia e prendono parte alle nostre riviste.

Ogni giorno ci mettiamo l’unione, la forza e soprattutto il coraggio. Il coraggio che in questo periodo non sarebbe potuto mancare per stampare la guida su Dante.

Dovevamo mantenere una promessa e ce l’abbiamo fatta.

Come disse Dante:” e quindi uscimmo a riveder le stelle” sperando che in questo momento buio, ci porti un po’ di luce!

www.italiapervoimagazine.it

Lampada – La fedele amica del minatore

Lampada – La fedele amica del minatore

Lampada – La fedele amica del minatore

06.03.2021
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MINEQuesta lampada fa bella mostra di sé nella sala dedicata alle miniere in galleria, perché la storia delle miniere del Valdarno è lunga, 150 anni di estrazione di lignite, parente povero del carbone.

Le lampade più comuni usate nelle miniere di Cavriglia erano quelle ad acetilene o a carburo. Avevano un compito molto pratico: portare un po’ di luce nel sottosuolo. Servivano soprattutto per infondere sicurezza e coraggio necessari ad affrontare l’oscurità e le mille insidie delle gallerie umide e inospitali. Ogni minatore aveva in dotazione la propria lampada che tirava a lucido, riforniva di carburo e acqua e ne controllava la chiusura.

Le lampade erano di tanti tipi, alcune erano prodotte dalle più importanti fabbriche di lampade italiane come la Santini di Ferrara, la Ricceri di Follonica e la Fratelli Acuti di Casale Monferrato. Essendo però un oggetto abbastanza semplice da realizzare, alcuni minatori provvedevano da soli alla creazione.

Anche il carburo era di facile reperimento. Uno dei principali fornitori era la miniera stessa, che spesso abbondava nel quantitativo che dava agli operai che portavano a casa i rimasugli; c’erano poi i negozi che vendevano di tutto un po’ e anche il combustibile. Lo usavano anche i ragazzi per giocarci, riempivano un barattolino e lo mettevano sotto terra per farlo esplodere. L’odore dell’acetilene ricordava molto quello dei capi d’aglio.

La fiammella bianca e brillante che veniva sprigionata dal beccuccio aveva però un difetto: poteva esplodere, soprattutto se entrava in contatto con il grisou, un gas inodore e incolore legato ai processi di trasformazione della lignite dalla quale si sprigiona al momento dell’estrazione. In queste esplosioni poteva capitare che fossero coinvolti i minatori stessi con conseguenze drammatiche, a volte mortali. Per limitare questo problema nelle miniere erano presenti anche altre lampade. Uno di questi modelli era la lampada “Friemann Wolf”, alimentata a benzina e usata soprattutto nelle camere di abbattimento.

Le altre lampade erano quelle elettriche a batteria, nonostante fossero lampade sicure per quanto riguarda le esplosioni – non avevano una fiamma libera – avevano però altri difetti tra cui il peso eccessivo e varie imperfezioni di tipo costruttivo. Ciò ne limitò l’uso relegandole a lampade di riserva o di sicurezza. Questa tipologia veniva ricaricata alla lampisteria San Paolo nei pressi della miniera di Santa Barbara.